Antievasione, chiacchiere da 2,9 miliardi

Il governo declama: staneremo gli evasori. Un assaggio, forse una tattica per prendere (lentamente) le misure: 3,8 miliardi di euro.

In questa troppo presto celebrata “lotta all’evasione”, inserita nel disegno di legge di Stabilità (ex finanziaria), la prima categoria che si evade è la logica. Perché di questi 3,8 miliardi di euro, necessari per coprire uscite per 36 miliardi, soltanto 900 milioni sono calcolati con giudizio, e riguardano un nuovo meccanismo per il versamento dell’Iva: e il resto, i 2,9 miliardi di euro? Palazzo Chigi fa sapere che l’Agenzia delle Entrate dovrà scovare, esaminare e convincere i furbetti che non pagano le tasse e poi sperare in un’auto -denuncia: ecco, la coscienza sarà una garanzia per i 2,9 miliardi. Oltre a un’auspicata e intima conversione degli evasori, l’Agenzia dovrà incrociare i numeri inseriti nelle banche dati, informare il cittadino beccato in fallo e avviare un’operazione che viene definita “Fisco amico” e prevede, testuale, un “adempimento volontario”: lo puoi sbrigare sul portale oppure di persona.

Non sarà blasfemo considerare ballerini questi 2,9 miliardi (il Sole 24 Ore dice che l’obiettivo sarà difficile da realizzare), e lo stesso pensiero impuro ha pervaso diversi componenti del governo che masticano la materia. Per carità, l’Agenzia delle Entrate, diretta da una renzian-toscana, Rossella Orlandi, potrebbe persino ricavare più di 2,9 miliardi, ma chi assicura che siano proprio 2,9 e non di meno, tanti di meno? Con le stime non è saggio proteggere una manovra da 36 miliardi, se poi rischi di dover attivare le clausole di salvaguardia, tipo un aumento per le aliquote Iva. A parte i 2,9 miliardi annunciati con estremo ottimismo e 900 reperiti con l’Iva, c’è un ulteriore miliardo da recuperare con l’emersione di quelle società del gioco d’azzardo che non pagano un euro in Italia. Il sottosegretario Graziano Delrio non spaccia i preventivi per soluzione: “Un miliardo da vera e propria lotta all’evasione, il rimanente deriverà da strumenti come Fisco amico”.

MENTRE il governo promuove una posticcia “lotta all’evasio -ne”, si consuma una tragicomica battaglia diplomatica tra la Svizzera e l’Italia per il rientro dei capitali detenuti a Berna e dintorni e sconosciuti al fisco di Roma. Eveline Widmer Schlumpf, ministro delle Finanze elvetiche, ha bacchettato il collega italiano Pier Carlo Padoan: “La mia pazienza ha un limite. Ho spiegato la mia agenda e voglio una risposta chiara”. La Svizzera deve uscire dai paesi in lista nera (black list), paradisi fiscali, e deve firmare un accordo con l’Italia: ci è riuscita con chiunque, non con Roma.

Quasi un anno fa, al Tesoro c’era Fabrizio Saccomanni, le penne erano ormai pronte e si ragionava su di un gettito fiscale per l’Italia di circa 8 miliardi. In attesa, chi doveva trasferire quei soldi avrà provveduto. Ma l’Italia ci riflette su. E riflette ancora, ogni volta per peggiorare l’impianto, sul reato di autoriciclaggio: Matteo Renzi ne faceva un punto ineludibile del programma, poi sono sopraggiunte le pressioni e le intromissioni di un pezzo di alleati (Ncd e Fi) e un pezzo di democratici.

Dopo aver ricalibrato le pene verso il basso e introdotto il “godimento personale” per indebolire la norma, cadono nel vuoto persino le osservazioni di Rodolfo Maria Sabelli, il presidente dell’Associazione nazionale magistrati: “Sarà autoriciclaggio costituire fondi neri da impiegare in un’attività economica, ma non sarà autoriciclaggio l’utilizzo di somme di denaro fatte transitare su conti di copertura e poi spese per acquistare una villa di lusso per abitarci”. Tu chiamale se vuoi, evasioni.

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